Nicola Contarini
Roma oggi è ancora una musa. Lo sguardo di tre pittori sulla Capitale che cambia
Il Foglio, 5 febbraio 2022
...Se la pittura serve – anche – ad allenare lo sguardo, a formare il gusto, allora a Roma servono i pittori. Una città antica, piena, dove non si sa più da che parte girarsi, a volte drammaticamente divisa tra il bello dei monumenti e delle abitazioni borghesi e il discutibile, se non il brutto, delle zone ex industriali e popolari. I pittori possono aiutare a colmare questa spaccatura e portare l’osservatore a concentrare lo sguardo per una volta su qualcosa di diverso dalle solite vedute da cartolina. Lo fa Giorgio Ortona, classe 1960, ebreo tripolino a Roma dall’infanzia, allievo di Antonio López García che lo ha indicato perché partecipasse alla Biennale di Venezia nel 2011. Un pittore palazzinaro. “Dipingo le costruzioni degli anni 50 e 60, ma non sono un artista di denuncia. Altrimenti guarderei a Tor Bella Monaca o Corviale. Invece dipingo le palazzine che trovo belle, dal Tiburtino a quelle che si vedono dal parco di Monte Mario”. “Cemento romantico” è il titolo di un quadro, “Borgata Parioli” un altro. Umorismo yiddish, gli ha fatto notare qualcuno. Un rovesciamento paradossale di quel “Vietnam di Roma nord” maldestramente indicato da Pietro Castellitto. “Quanto si offendono ai Parioli per quel titolo! Io mi diverto, i titoli per me sono fondamentali, alcuni sono lunghi alla Wertmüller, altri li cambio nel tempo e faccio impazzire galleristi e collezionisti”.
Ce n’è uno che sembra particolarmente spassoso, “Emanuele salvato dall’Atac”. “E invece questo è veritiero: Emanuele Di Porto riuscì a sfuggire ai rastrellamenti nazisti del 16 ottobre 1943 grazie alla solidarietà dei tranvieri romani che per due giorni lo nascosero, dodicenne, tra mezzi e depositi”. Così a 88 anni è finito ritratto accanto al tram, uno dei non così numerosi volti espressivi che si trovano sulle tele di Ortona: “La maggior parte delle facce che dipingo sono neutre, perché non sono quello che mi interessa”. Lui è un pittore scientifico, appassionato alle strutture, un architetto di formazione.
A Roma c’è tanta architettura storica che può stimolare un pittore. “Ma ho evitato i monumenti finché non ho trovato una prospettiva nuova che facesse per me: dall’alto, con Google Maps. Allora ho dipinto anche il Colosseo”. O il Palazzetto dello sport, altro titolo geniale: “Coronavirus Flaminium”. “La forma è quella! L’ingegnere Pier Luigi Nervi era il massimo, per me”. Tradizione e innovazione, un solido bagaglio tecnico e un uso liberissimo della tecnologia per scovare punti di vista nuovi, anche in una città trita e ritrita come Roma. “E comunque non ho dipinto mai en plein air, ma sempre da foto che scatto. Non sono un naturalista, nemmeno un figurativo in realtà”. Questo perché le ampie porzioni di bianco o di colore che occupano parte dei suoi quadri “non sono meno importanti della palazzina, o dei personaggi che appaiono come il soggetto principale”. Non tagli selettivi, dunque, ma una libera composizione dove l’unica cosa che conta è lo sguardo complessivo dell’artista...